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(Libreria)

Il morbo del pallone

La storia di Guido Vincenzi e dei giocatori malati di Sla dimenticati dal calcio


L'acronimo Sla, tristemente divenuto di senso comune, corrisponde ad una malattia, la sclerosi laterale amiotrofica, altrimenti detta morbo di Gehrig dal nome del campione di baseball che ne morì giovanissimo, in America, nel 1941. Il caso di Stefano Borgonovo, ex attaccante della Fiorentina e del Milan, e prima ancora di Gianluca Signorini, bandiera del vecchio Genoa, hanno reso di dominio pubblico i sintomi e il decorso di un male che oggi colpisce in Italia non meno di cinquemila persone, laddove il numero dei calciatori ammalati pare sia sette volte superiore alla media. Di qui l'ipotesi che individua nella Sla una vera e propria malattia professionale su cui sta indagando, relativamente ad alcuni decessi, Raffaele Guariniello, benemerito magistrato torinese.
Pur nel clima omertoso che affligge il nostro calcio, non sembrano infondate le congetture relative al doping o all'abuso di farmaci, ma, da ultimo, anche quelle relative ai pesticidi da sempre utilizzati nei campi da gioco, visto che la malattia colpisce preferibilmente, dopo i calciatori, proprio gli agricoltori. Membro della associazione che sostiene i malati di Sla, la AISLA ONLUS (www.aisla.ita), giornalista dell'Avvenire, già firmatario di due libri di stretta attualità calcistica (Palla avvelenata. Morti misteriose, doping e sospetti nel calcio italiano, scritto con Filippo Calzia, Bradipolibri 2003, e Continuano a pensare con i piedi, SugarCo 2005), Massimiliano Castellani pubblica ora Il morbo del pallone. Gehrig e le sue vittime (Selene Edizioni, pp. 184, € 14.50), un volume che suggella la sua trilogia nella maniera più limpida e, alla lettera, toccante. Il libro ha una struttura modulare, impattando la materia nello stesso momento in cui la lascia emergere da un microcosmo di storie laterali, per lo più ignorate da un assetto istituzionale (cioè i vertici federali, i club, i media, talora la stessa medicina ufficiale) che prima ha negato la specificità della malattia, poi l'ha rimossa e infine l'ha derubricata. Castellani opta per lo stile che è suo, non per il libello gridato ma per la testimonianza diretta. La quale asseconda la voce dei sopravvissuti e degli eredi, o comunque di persone abbandonate da un sistema che ama invece sbandierare, giubilandoli, i valori del cosiddetto «gioco di squadra» e della solidarietà sportiva.
Perciò Il morbo del pallone è un libro composito, dove si alternano e si intramano le forme del reportages, dell'intervista, del referto medico o, preferibilmente, del ricordo di quanti non si arrendono ad una prolungata gestione dell'oblìo. Scrive Castellani, congedandosi dal lettore: «Quella che mi accingo a redigere come atto finale è solo la richiesta di un maggior senso di responsabilizzazione da parte del calcio italiano. Che comprenda le ragioni e la necessità di una accelerazione del dibattito e del relativo impegno per la raccolta di fondi da destinare alla ricerca. Basta tapparsi gli occhi dinanzi anche alla possibilità che il Morbo del pallone sia effettivamente e direttamente connesso con una serie di relazioni oggettive con l'attività sportiva».
Nell'inchiesta sfilano nomi di primo piano ma anche i volti anonimi delle seconde e terze file: a parte le vicende di Signorini e Borgonovo, vi si indagano i casi abbastanza recenti di Adriano Lombardi, Albano Canazza e Piergiorgio Corno, ex di Avellino e Como, come d'altri il cui cognome dice relativamente meno al grande pubblico. Già molto più noto è il caso, anni settanta, del vicentino Armando Segato, giocatore della Fiorentina di Fulvio Bernardini vittoriosa in campionato nel '56 e capitano della nazionale nel celebre match di Wembley nel '59, deceduto giovanissimo dopo una carriera la cui limpidezza, in termini di umanità e di etica sportiva, aveva tuttavia anticipato l'esempio di Giacinto Facchetti e Gaetano Scirea. Centrale è il capitolo intitolato Guido Vincenzi e la Samp dei misteri, cioè la squadra che nel 1960-'61 si piazzò al quarto posto battendo a Marassi tutti gli altri squadroni del nord. Oltre a Nacka Skoglund, reduce dall'Inter, e a Sergio Brighenti, già centravanti nel Padova di Rocco, vi militavano almeno tre campioni destinati a perire del medesimo morbo di Gehrig. Il primo è l'austriaco Ernst Ocwirck, grande centromediano metodista, il secondo è nientemeno Tito Ernesto Cucchiaroni, l'ala italoargentina, goleador e infaticabile spola, fulminato dal morbo nel 1971, durante una partita amatoriale e a soli quarantaquattro anni. L'ultimo in ordine di tempo è Guido Vincenzi (1932-1997), uno dei più grandi difensori italiani del dopoguerra la cui fama solo relativa, di proporzione inversa rispetto alla classe, si deve alla cocente sconfitta con la nazionale a Belfast, nel 1958, che precluse agli azzurri il Mondiale di Stoccolma.
Soprannominato per tenacia e dedizione «u camallu» dai tifosi della Sud, Vincenzi era un difensore dal fisico imponente ma un atleta di nitidissimi fondamentali: secondo Gianni Brera, il quale per lui stravedeva, era infatti un grande battitore libero troppo spesso costretto a giocare sulla fascia per l'anacronismo del modulo inglese a WM, allora imperante, e per la totale insipienza dei tecnici federali. Intervistata da Castellani, sua moglie Daniela così ricorda il sopravvenire della malattia che lo spense in appena tre anni: «Cominciò con un'influenza senza febbre, poi strani herpes, uno su una natica che veniva e scompariva. (...) Guido faceva finta di niente, teneva tutto dentro, non voleva che soffrissi per lui. In fondo, mi ripeteva, ho avuto tanto dalla vita, ho guadagnato, sono stato padre e nonno, questo mi basta e avanza». Daniela ricorda come, poco prima della fine, Brera gli spedisse una lettera stupenda in cui, dissimulando l'imbarazzo e la pena per l'amico, gli scriveva: «Come calciatore non sei stato capito fino in fondo».
Se Guido Vincenzi è stato dunque sottovalutato come calciatore, resta il fatto che, come individuo affetto dal morbo di Gehrig, egli è stato addirittura ignorato: questo vale per lui e tutti gli altri di cui oggi si occupa il libro di Massimiliano Castellani. Un libro, in ogni senso, necessario.

Fonte : www.ilmanifesto.it



Pubblicata il 13-12-2009 alle ore 16:41