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Avanti la ricerca, rispettando l'etica

Paolo Marchiori, presidente bresciano dell'Aisla, da quattro anni soffre di sclerosi laterale amiotrofica, e domenica mattina sarà in Cattedrale ad attendere il Papa, insieme ai malati.


Paolo, con che sentimento aspetta l'appuntamento di domenica?
«Sono un tipo a cui non è mai interessato vedere le celebrità. Da qualche tempo piuttosto ho iniziato ad avvicinarmi di più alla fede, e quando mi è stato chiesto se mi sarebbe piaciuto esserci ho subito risposto di sì. Aspetto la giornata di domenica con entusiasmo».
Cosa vorrebbe chiedere al Papa, se potesse parlargli?
«Qualche anno fa avrei fatto mille domande, probabilmente mi sarei arrabbiato, forse sarei andato allo scontro. Ora penso solo a due cose. In primis, mi piacerebbe che la Messa fosse celebrata e partecipata con gioia. La Messa è importante: io mi ero abituato al fatto che portassero l'eucaristia a casa ma poi ad un certo punto ho pensato che mi sarebbe piaciuto tornare in chiesa. E ora, se qualcuno mi accompagna e se ce la faccio, cerco di andarci tutte le domeniche».
E la seconda cosa?
«Una confessione con il Papa. Quanto mi piacerebbe...Ho imparato nel tempo che il momento della confessione è importante, serve a liberarsi e a parlare dei propri problemi».
La questione delle cellule staminali è una di quelle per cui lei ha speso molto impegno...
«È vero. Nel tempo però devo ammettere che le mie posizioni sono cambiate. Ora credo che le cose si possano fare anche rispettando l'etica. Le staminali possono essere ricavate anche in modi che la Chiesa accetta, penso al cordone ombelicale. In modi naturali, senza troppe sperimentazioni. Tutto sta agli uomini. C'è anche la possibilità di fare ricerca senza violare i limiti della bioetica».
Diceva che la sua fede è cambiata da quando ha scoperto la sua malattia: in che modo?
«Io vado d'accordo con tutti per la verità. Anche con quello che si arrabbia e ce l'ha con Dio e con la Chiesa: non dico che la sua posizione non sia comprensibile. Dal canto mio però ho capito che quando uno si ammala deve imparare a chiedere, l'umiltà è un pregio. E se uno si avvicina con fede al prossimo arriva qualcosa. Ecco per me la fede è questo, la fede è amore. Quell'amore di cui ha bisogno anche la nostra società. quell'amore che ti fa sentire vivo».
Sta lanciando un altro messaggio al pontefice?
«Di cose da fare nella nostra società ce ne sarebbero parecchie. Ma credo che in cima alla lista si debba affrontare la crisi di valori di cui soffriamo. Al Papa chiederei prima di tutto di andare tra i giovani perché loro sono il futuro, a loro bisogna dare un input per questa vita, insegnare loro il rispetto del proprio corpo e del prossimo». NA.DA.

Fonte: www.bresciaoggi.it



Pubblicata il 05-11-2009 alle ore 13:55